


Alcune storie raccontano di
fate,
principi e
principesse;
di folletti buoni e birichini;
di draghi che volano in alto,
più di un aeroplano;
di gatti che parlano.
C’era una volta…
Così e così.
Altre narrano quello che ancora non c’è,
ma ci sarà un giorno:
sono quelle che incantano di più.
Questo racconto nasce da un modo di dire piuttosto antipatico,
come presto capirete, e
guarda la realtà con gli occhi della fantasia.
Che aspettiamo?!
Andiamo a cominciare…




Adesso, tenendo gli occhi chiusi ed il naso ben stretto...
Tuffiamoci tutti!
Dove?!
Appena sopra quel lenzuolo bianco,
steso ad asciugare.
Ecco fatto: li vedete?
Nella stanza ci sono un bambino e una bambina: stanno preparando
il presepio, proprio sotto l’albero di Natale.
“Nonna, nonna! Abbiamo finito, vieni a vedere; presto!!”
Chiamano a gran voce.
Arriva la nonna:
“È proprio bello! E fatto bene: i Magi sono in viaggio
dall’Oriente, portando i loro doni; i pastori sono in cammino verso la grotta e
li precede, sparso e curioso, il gregge;
“Cos’è che manca? Diccelo nonna, diccelo
subito!”
I due bambini fanno il girotondo intorno alla nonna, curiosi come
due topolini in una vecchia soffitta.
“Va bene: un po’ di pazienza….
Vado e torno.”
La nonna riappare poco dopo:
nelle mani stringe un fagotto di panno
verde; lo apre: dentro c’è…
“Un paese!”
“Un paese di montagna!!”
Squittiscono festosi i due bambini.
E la nonna aggiunge:
“Questo è il paese senza nome: ma ora un nome ce
l’ha.
Volete conoscere la sua storia?”
“Certo!!! ”
E la nonna comincia a raccontare
la…

“C’era una volta, tanto tempo fa, un paese costruito tutto intorno
alla sua chiesa: vicino c’erano boschi e montagne; altri paesi in lontananza. Ma questo, al contrario di tutti gli altri, non aveva ancora
un nome. Come mai? Perché i suoi abitanti, gente onesta e laboriosa questo va detto subito, erano molto distratti e non si ricordavano
mai di questa mancanza. Al termine del duro e pesante lavoro quotidiano
qualcuno, in verità, grattandosi la testa diceva:
- Eppure
c’è da fare ancora qualcosa, ma proprio non mi riesce di
ricordare cosa. Dormiamoci sopra, la notte porterà
consiglio. -
La notte, invece, regalava loro tanto sonno e molti sogni. Poi,
l’indomani, altre fatiche... Tante e tali che la notte seguente sarebbe arrivata, come la precedente, con un nuovo carico di
sonno e di sogni. Così, i giorni passavano senza che si potesse venire a capo
di niente; dai oggi e dai domani, alla lunga nessuno
si chiese più nulla. La gente che abitava negli altri paesi,
venuta a sapere la cosa, se la rideva bellamente: quelle persone trovavano
molto buffo aver vicino un paese privo di nome; fatto strano al punto tale da
far loro sentenziare, quando uno si dimostrava smemorato e distratto senza
rimedio:
- Arriva proprio dal paese senza nome! -
Era un modo come un altro per dire, in altre parole, che si
trattava di un tipo sciocco e semplicione...
“Ma nonna, non potevano aiutarli a
ricordare?”
Domandano i due bambini.
“Certamente, avrebbero potuto; anzi, non sarebbe costato loro assolutamente
niente. Ma chissà… Forse è grazie alla loro
pigrizia, che vi sto narrando la storia che state ascoltando.”
La nonna riprende a raccontare…
“Nel paese senza nome, come in ogni paese
che si rispetti, si conoscevano tutti. Nessuno, però, ricordava
quando fosse arrivata quella donna che abitava sola, nella prima casa
del paese: la prima, arrivando da oriente; l'ultima, entrando da occidente. La casa dal comignolo sempre sbuffante di fumo allegro: dritto
oppure obliquante, ora a destra ora a sinistra, al
variare del vento. Un giorno, semplicemente, si accorsero di lei: da
allora, fu come fosse lì da sempre. Del resto, avrete anche voi un amico
fidato; un amico Amico; un amico primo e ultimo: certamente
ricorderete con difficoltà l’occasione del vostro primo dialogo oppure il
giorno in cui vi siete conosciuti e, tanto meno,
l’ora. Un amico così, una volta incontrato, c'è da
sempre. E la donna si comportava da amica con tutti,
in paese: iniziava la sua giornata all’alba, impastando il pane. Ne faceva per
sé e per alcune famiglie, tra le più povere dell’abitato:
- Se ho ricevuto di più dal buon Dio, è giusto che non vada sprecato. –
Rispondeva così, quando le dicevano che
non avrebbero mai avuto soldi per pagarle quel pane. Ne metteva sempre uno
fresco al centro della tavola, perché profumasse tutta la casa: non raccoglieva
mai fiori dal prato, perché se stavano lì una buona ragione doveva certo
esserci. Poi, dopo aver fatto le pulizie del giorno, si recava nella grande chiesa; inginocchiandosi, diceva:
- Mi pento! -
Ma di che cosa dovesse pentirsi, nessuno
lo seppe mai.
Dopo questa visita quotidiana, portava le capre a pascolare:
quando non era impegnata da queste, andava a raccogliere il miele che le sue
api producevano generose. Durante gli inverni più rigidi la donna non scordava
mai di lasciare, sul davanzale delle finestre, un barattolo di miele insieme
con degli squisiti dolcetti: erano fatti, appositamente
da lei, per i bambini che si ammalavano. Per questa sua maniera di comportarsi
era benvoluta dai più; ma in certe malelingue, persone che trascorrono il proprio
tempo ad osservare gli altri e a dirne male, destava solo terribili sospetti:
-
Perché cura la sua casa?
Per chi la tiene in
ordine?
Tutto tempo sprecato, tanto
vive sola! -
Dicevano alcune.
-
Perché profuma la sua casa?
Secondo me
aspetta qualcuno.
Di che cosa avrà da pentirsi, poi, ogni mattina? -
Dicevano altre.
- Avrà fatto un patto con il
diavolo: orribili sventure si abbatteranno su questo paese; della donna, sarà
la colpa! -
Dicevano, facendosi il segno della croce, le une e le altre. La
donna, intanto, continuava a vivere come sempre aveva fatto: certa soltanto che
quel che doveva accadere, sarebbe accaduto. Niente di
più, niente di meno.
Una sera di fine Estate, quelle serate di confine tra la stagione
ormai al termine e quella ormai nascente, rientrando a casa fu colpita da un
oggetto abbandonato tra i rifiuti. Da distante, non riusciva proprio a capire
cosa fosse: si avvicinò e cinque macchie di colore, schiacciate sul fondo del
vaso che le conteneva, presero la forma di un fiore sofferente nella penombra.
- Chi ti ha potuto trattare così? -
Si domandava la donna, che aveva già deciso di portarselo a casa:
lei, che non avrebbe mai voluto strappare fiori per profumare o abbellire le
sue stanze…
Ma questa era un’altra faccenda!
Voleva prestare soccorso a quella creatura, abbandonata al suo
destino: legò il fiore, in più punti, ad un legno che ne sostenesse il povero
gambo malandato. Prese la corolla, con delicatezza ed
attenzione, spiegandone i petali e distendendoli uno ad uno. Riempi il
vaso di terra, innaffiandola generosamente; poi lo sistemò al centro della
tavola:
-
Hai già un aspetto migliore:
ci
vediamo domani. -
Il mattino seguente, grande fu il suo stupore nel vedere
quel che anche voi vedete qui sotto:

un fiore a cinque petali, di colore
e forma differenti, diffondeva una luminosa armonia in tutta la casa. La donna
contemplò a lungo quel prodigio, ma poi iniziò la sua giornata di lavori: quel che doveva essere fatto andava fatto,
sempre. Tuttavia, non poté mai smettere di pensare al fiore: alla sera, guardandolo ancora una volta prima di andare a
dormire, si commosse come ad un lieto annuncio.
L’indomani, un’amara sorpresa!
La tavola era vuota ed il fiore non c’era più: la donna lo cercò
in tutta la casa, sebbene sapesse di non averlo spostato; era tanta la speranza
di poterlo ritrovare, che non voleva cedere alla triste evidenza: ma niente!
Sembrava sparito.
Quel giorno, far le cose di sempre, le pesava quanto un macigno:
stava per iniziare, mestamente, ad impastare il pane quando
le sembrò di udire come dei miagolii venire dal di fuori; stette meglio in
ascolto e i miagolii diventarono piccoli lamenti; ora, non c’era più alcun
dubbio, si trattava di un vero e proprio pianto che presto finì. Incuriosita,
corse ad aprire la porta e…
Grandissima fu la sua meraviglia:
davanti a lei, raccolti in una
cesta, dormivano beatamente cinque neonati.
La donna non
perse tempo: corse, di porta in porta, a svegliare tutto il paese. Quando ritornò, davanti alla sua casa si era già radunata una
piccola folla:
una parte stava osservando, con
curiosità e tenerezza, i cinque bambini;
l’altra fissava la scritta, incisa
sopra la porta di casa:
- Penta mater: c’è scritto penta mater. -
A parlar così era il Medicone, ma medico non lo era neanche un po’: essendo, però, la
persona più anziana del paese ed anche un po’ sciamano, veniva considerato da
tutti come punto di riferimento sicuro e per qualunque questione.
Rivolgendosi alla donna, continuò a parlare così:
- Questi bambini sono stati
affidati al tuo buon cuore, ma stai tranquilla: non rimarrai da sola a curarti
di loro, o madre dei cinque! -
Questo, infatti, significava la misteriosa
scritta: “Cinque volte madre” o, meglio, “madre dei cinque”. Il Medicone aveva studiato un po’ di latino, l’antica lingua
cui appartenevano le parole della scritta “penta mater”; ne aveva imparato poco, quel tanto che gli bastava
per intuire il senso delle frasi.
Le malelingue mormoravano, con dispetto:
- Vedremo se sarà capace di
mantenere tutte quelle attenzioni che aveva per gli altri, ora che non avrà più
tempo neanche per se stessa! -
In effetti, non fu facile: proprio tutto quello che faceva prima e
nella stessa maniera, non riuscì più a farlo.
- Avete visto! Che
vi dicevamo? Ora ha i suoi interessi... Gli altri sono
solo un pallido ricordo. -
Malignavano, non perdendo mai l’occasione, le solite malelingue.
Però, il pane per i più poveri e i
dolcetti sui davanzali non mancarono mai. I più tanti, in paese, aiutarono la
donna; fecero quanto
era loro possibile per renderle
più lieve la fatica di allevare i cinque trovatelli: erano lieti, di poter dare
una mano, proprio a colei che mai si era loro negata. Passò
il tempo: trascorsero gli inverni; arrivarono le primavere; giunsero altre
estati, che trovarono i cinque bambini in salute e festosi. Vennero
nuovi autunni, con i
mulinelli di foglie rosse e giallastre soffiate per tutto il paese, allietato
dalla vitalità gioiosa dei cinque ormai adolescenti.
È giunto il momento di fare la loro conoscenza.
Ce n’era uno con la folta chioma gialla: stava in giro tutto il
giorno, esplorando i monti vicino al paese. Quando ritornava, spesso a notte
fonda, lo si vedeva arrivare già in lontananza: i suoi
capelli diffondevano un vivo chiarore intorno, dopo essere stati accarezzati
dal sole per un intero giorno, tanto da sembrare una piccola fiammella che si
avvicinava saltellando nell’oscurità. Era chiamato Ranuncolo come il ranuncolo
dei ghiacciai, la pianta dai fiori rosa e bianchi che spiccano
tra le rocce;
ma la donna lo chiamava Luca:
questo nome le ricordava il
conforto discreto che la sua luce portava
nell’oscurità.
Il più alto era noto a tutti, in paese, per il suo coraggio e la
forza tremenda. Nessuno avrebbe potuto scordarsi di quella
volta, quando un toro stava caricando furiosamente, che balzò risolutamente
davanti all’animale a proteggere una bambina, paralizzata dalla paura; tutti si
ricordavano di quel suo stare tranquillo, con la schiena rivolta all’impatto
ormai imminente ed il volto, sereno e sorridente, mostrato alla piccina; tutti
sentivano ancora, distinto, lo scoppiare della sua sonora risata, dopo l’urto
del toro; e tutti erano ancora affascinati da quelle sue parole:
- Chi mi fa il solletico dietro
potrebbe dare anche una grattatina, giusto per lasciare le cose come stavano prima! -
Le aveva dette, guardando il povero toro
malconcio, Taurino: così, gli abitanti del paese senza nome, chiamarono quel
ragazzo incredibilmente pieno di vigore. La donna, colpita invece dalla sua
profonda bontà, lo chiamava Francesco: come un uomo, di
cui aveva sentito parlare da
bambina, molto sensibile e delicato; capace di vedere dove gli altri non
sapevano neppure guardare; di comprendere il significato di parole, sconosciute
ai più.
C’era poi Maddalena, allegra e vivace, dotata di una voce magica:
quando cantava tutti, persone ed animali, si fermavano
ad ascoltarla; persino il vento smetteva di soffiare, riprendendo solo quando
lei aveva finito. Una vicina di casa, vedendola correre senza posa di qua e di
là, esclamò:
- Che lena madda!
-
Voleva significare, nel suo
linguaggio perennemente raffreddato:
- Che energia matta! -
La donna, che aveva sentito, pensò:
- E perché no? -
E da quel giorno, la chiamò
Maddalena.
Arianna era una poetessa, molto distratta: era capitata nel paese
giusto, direte voi. Aveva scritto moltissimi versi, sebbene non le fosse
rimasta neppure una poesia: si dimenticava una volta del foglio, l’altra della
matita e così doveva tracciarli nell’aria.
Le sue rime, leggere e soavi, galleggiavano liete finché non si
adagiavano in terra: in quei punti, fiorivano subito delle violette.
Il quinto...
Il quinto la donna lo chiamò Enrico, che significa
“ricco signore”. Ma quando lo vedevano passare, nel
paese tutti dicevano scuotendo la testa:
-Ecco Enrico: non
parla, non balla, non salta e non canta; non è come i suoi fratelli: è proprio
un ragazzo senza qualità. -
In effetti Enrico non aveva
caratteristiche apparenti, semmai soltanto delle stranezze: se così vogliamo
chiamare le cose che non capiamo degli altri. Fatto sta che amava trascorrere
il suo tempo, in special modo le serate, guardando lassù nel cielo; il suo
posto d’osservazione era una piccola collina, appena fuori dal paese senza
nome. Portava sempre con sé dei fogli e delle matite colorate: stava a guardare a lungo, con il naso all’insù; poi disegnava, sul
bianco del foglio, linee di colore diverso e dai motivi diversi.

C’erano rette, curve, andamenti a spirale, a zig zag e tracciati misti.
Aveva già raccolto un discreto numero di fogli, per tutti pieni di grovigli
multicolori ed indecifrabili. La donna, però, non era davvero preoccupata:
pensava che fosse suo il problema, di non riuscire a capire quello che Enrico
voleva esprimere; perché di certo si esprimeva, con quel suo modo particolare di essere taciturno e creativo al tempo stesso. Non era
proprio il caso di tirare in ballo stranezze, bizzarrie e, ancora peggio,
malattie.
Ogni tanto c’era qualcuno, al quale Enrico faceva tenerezza, che
incontrandolo gli diceva:
-
Enrico, Enrico: a star sempre con il
naso
all’insù finirà per crescerti l’erba sotto i piedi! -
Ed Enrico, senza distogliere lo
sguardo dal cielo:
- Peggio, molto peggio sarebbe, se
non crescesse affatto. -
Tutti e cinque, ormai grandicelli,
davano una mano alla
donna nei lavori e in tutte quelle attenzioni che era solita prestare agli
altri, prima del loro arrivo.
La donna, una sera che si trovavano tutti raccolti intorno al
focolare, decise di raccontare loro tutta la faccenda:
“Io non sono vostra madre: un giorno, vi ho trovati
davanti alla mia porta…”
Raccontò anche del fiore, trovato nell’immondizia; di come li
avesse preceduti e di come fosse sparito. Le piaceva pensare che quello non
fosse un fiore ma un annuncio del buon Dio, riguardo il
loro arrivo nella sua vita; e la misteriosa sparizione, forse sparizione non
era bensì l’avviso di una futura partenza…
Francesco prese la parola:
- Tu non sei nostra madre, dunque:
però ci
hai amati e cresciuti come fossimo tuoi figli; senza di te, nessuno di noi
sarebbe mai sopravvissuto. Perciò, io non vedo
differenza… -
E gli altri, fecero in coro:
- È vero!!! -
Francesco riprese a parlare:
- Fratelli! Propongo di partire
alla ricerca delle nostre origini, ognuno in una direzione diversa. -
E fecero così. Partirono all’alba ma prima si strinsero forte, intorno a quella donna, in
un unico abbraccio.
- Addio! -
- Buona fortuna a voi! -
Passarono molti anni, senza che la donna ricevesse alcuna loro
notizia: altri anni ancora, ma niente. La donna invecchiò e le malelingue,
ovviamente, infierivano:
- Ha dato tutto per i cinque e
guardatela ora:
è rimasta con un palmo di naso;
ha fatto tutto per niente! -
La donna, ferita, ritornava a casa addolorata da quelle parole.
Una sera, era inverno inoltrato, indovinate cosa ritrovò proprio
dove l’aveva perso? Al centro della tavola, stava di nuovo quel fiore di tanti
anni prima:
Commossa, s’inginocchiò, dicendo ancora una volta:
- Mi pento! -
Era così felice, di aver
ritrovato il fiore; ancor di più, se pensava che forse voleva dirle di un altro
ritorno…
L’indomani, davanti alla porta di casa, li avrebbe di nuovo
rivisti tutti e cinque?
Così, quella notte, non riuscì a dormire avendo la testa piena di domande.
Il mattino seguente, però, un’altra amara sorpresa: era corsa
subito ad aprire la sua porta, con il cuore pieno di speranza ma…
Davanti a lei stava un forestiero, dall’aria minacciosa: vestito di abiti scuri, con un mantello nero ed un cappellaccio,
nero anch’esso, calato fino agli occhi.
- Alla fine ti ho trovata:
svelta, prendi le tue cose e seguimi! -
- No: non adesso, te ne prego!
Sto aspettando che ritornino… -
Ma l’uomo le rispose seccamente:
- Non so chi tu aspetti e non me
ne importa proprio nulla! -
La donna, rassegnata, raccolse le sue povere cose.
In quel momento, il paese senza nome fu svegliato dalle grida di
paura dei suoi abitanti: un’ombra enorme aveva avvolto il borgo mentre,
imponente colossale e massiccio, un gigante scavalcava le montagne. Ma questo gigante, che tutto voleva fare fuorché paura, si
affrettò a dire con il suo vocione:
- Chi mi fa il solletico dietro potrebbe
dare anche una grattatina, giusto per lasciar le cose
come stavano prima! -
Era Francesco! Era diventato il re dei giganti, anzi, lo
era sempre stato fin da quando, piccolino, stava nella
cesta insieme con i suoi fratelli. Quando vide
l’anziana donna camminare a fatica, curva sotto il peso che la opprimeva, il
suo corpo fu scosso da un tremito di rabbia: alzò il pugno al cielo e lo fece
ricadere al suolo, abbattendosi con violenza inaudita. Ci fu un boato e il
terreno si spaccò: il forestiero, perduto l’equilibrio,
cadde dentro la voragine aperta dall’ira del gigante Francesco. C’è chi giurò
di aver visto cadere il forestiero senza che questi mostrasse la minima paura
in volto; c’è chi disse che i suoi occhi, mentre
sprofondava nell’abisso, diventassero sempre più rossi; tutti erano convinti
che lo straniero fosse, addirittura, il diavolo.

Poi Francesco, guardando sua madre, le accarezzò la fronte con un
dito di quella stessa mano che poco prima aveva spaccato la terra, mentre
adesso era delicata e leggera come un soffio di vento.
Uno dopo l’altro, i cinque, ritornarono tutti:
Luca era diventato un grande esploratore;
Maddalena, la principessa delle fate;
Arianna rimase la poetessa distratta di sempre perché, come amava
dire lei, faceva come la “cicala che il
più bel canto non vende, regala”.
L’ultimo ad arrivare fu Enrico; arrivò a
notte fonda: una notte buia e tenebrosa, senza luna e senza stelle.

Enrico, il “ricco signore”, ritornò con un grosso forziere:
- Dentro ci sono tante stelle
cadute dal cielo, seguendo rotte che ho tracciato sui miei fogli: quando una
stella cadente arriva quaggiù è perché qualcuno ha rinunciato al suo sogno.
Adesso possiamo rimettere le cose un po’ a posto: e siccome sollevare un sogno,
da terra fino in cielo, è impresa notevole sarà di provvidenziale aiuto la
forza di Francesco. -
Così, arrampicandosi lentamente sopra al nostro gigante, tutti gli
abitanti cominciarono a fare catene di stelle come se si trattasse di un enorme
albero di Natale.

Quella notte, fu la notte in cui si
riaccesero i sogni per molti: la notte delle stelle
salenti.
Dei cinque, rimasero con l’anziana madre soltanto Maddalena ed
Enrico:
la scritta sopra la loro casa si
modificò, perdendo la “A” di
Arianna, la “T” di Taurino e la
“R” di Ranuncolo, ripartiti per
sempre; “penta mater”
diventò “pent mae”. Come
per incanto, fu chiaro a tutti che dovevano dare ancora
un nome al paese e che nessuno sarebbe stato più adatto di “Pentema”.
Ho detto Arianna, Taurino e Ranuncolo,
partiti per sempre?
Dalla notte delle stelle salenti, per tutti gli anni seguenti, la
storia sulle origini del nome del “paese senza nome”
fu sempre raccontata dai nonni ai loro nipoti.
Tanti e tanti anni dopo, durante l’inverno più rigido e freddo che
si possa ricordare a Pentema, il vento cessò di colpo
e si sentì un canto melodioso diffondersi nell’aria. Una bambina corse ad
aprire la porta di casa e…
Affacciandosi, non vide nessuno in strada, ma di certo “qualcuno” era
passato perché nella neve era fiorito un sentiero di violette; sul davanzale
della finestra, sempre quel “qualcuno”, aveva lasciato un vasetto di miele ed
un piatto di dolcetti. Rientrando in casa, la bambina esclamò:
- C’è anche il gigante Francesco:
io l’ho visto! -
- Ma no, Giovanna: ti sei sbagliata. -
Le risposero i grandi.
La mattina dopo, con qualche rimorso e molto dispiaciuti, le
fecero trovare ai piedi del letto un paesaggio intagliato nel legno e
raffigurante Pentema, avvolto in un fagotto di panno
verde…”
“Nonna, quella bambina eri tu!”
Esclamano i due bambini.
“No! Era la mia mamma.”
Risponde la nonna.
I due bambini sistemano “Pentema” nel
presepio e poi corrono a dare un bacione alla nonna…

Ma che strana questa storia: finisce in colore proprio dove, con grigiore, cominciava. Ma, adesso, voi sapete che… Dietro ogni grigio,
c’è un colore da trovare; dietro ogni celletta, una storia da ascoltare; e dentro di voi… Un paio d’ali per
volare!
