

Valentina non dava molta
importanza a quel libro: stava in alto, troppo per lei; eppure sembrava che la
guardasse, proprio da lassù in cima, affacciandosi dall'ultimo scaffale della
libreria. Si trattava di un vero e proprio librone, spesso così, con tanto di
copertina seria e severa ma di un bel verde però: grande e grosso, tanto da
dover stare per forza coricato su un fianco; sul dorso, in belle lettere
bianche, c’era scritto
"D - i - z - i -
o - n - a -
r - i -
o… Dizionario!"
Valentina aveva imparato da poco a leggere:
ma questa parola, solenne e da grandi, non solleticava affatto la sua
curiosità. Le cose non cambiarono fino al giorno in cui mamma Francesca non le
disse che quello lì era, nientemeno, il libro di tutte le parole: aggiunse, un
tantino misteriosa, che conteneva un tesoro davvero speciale perché di tutti.
Come come?
Valentina non capiva come mai, proprio in
casa sua, ci fosse un tesoro che era di tutti; per di più, nascosto in un
dizionario. Così aveva deciso: sarebbe salita lassù per vedere il libro da
vicino e lo avrebbe fatto quella notte stessa...
Mezzanotte!
L'ora dei fantasmi? Ma proprio per niente:
soltanto l'ora in cui, Valentina, partì alla conquista del libro di tutte le
parole: arrivata vicino alla libreria, sistemò a ventaglio sul pavimento tutti
i cuscini a sua disposizione; sopra uno di essi adagiò Bric, l'orsacchiotto di
pezza compagno di mille giochi e almeno un milione di avventure; calzò la sua
pila frontale sulla testa dell'orsetto. Ne avevano discusso a lungo, lei e
Bric: ma alla fine Valentina, vedendolo ancora un po' provato dalle ultime
scorribande, decise fosse meglio che l'orsacchiotto restasse in basso ad
illuminarle tutto il percorso. Inoltre, questa sembrava la
maniera migliore per non correre il rischio di svegliare qualcuno. Indossato lo
zainetto delle grandi esplorazioni, Valentina guardò ancora una volta la
libreria, alta quanto l'intera stanza. Fece un respiro profondo, come per
raccogliere le forze, e via! Iniziò la scalata. Primo scaffale: il più
colorato; quello delle favole. Passò una bella mezz'oretta ricordando le trame
di tutte quelle già lette ed immaginando, dal titolo e dalla copertina, quelle
di tutte le altre.
Secondo scaffale: quello dei libri di scuola;
fu decisamente più rapida e proseguì oltre.
Terzo scaffale, il più geometrico: quello dei
libri di mamma e papà. Erano ordinati secondo altezza, spessore e, sospettava
Valentina, numero di pagine non lette. Per di più, avevano l’aspetto serio
serio e tutti lo stesso colore, così da non riuscire ad indovinarne il
contenuto.
La salita procedeva nel silenzio più totale:
rallentata dalla fatica e dall'attenzione spesa per non fare neppure il più
piccolo rumore. Valentina guardò in basso: com'era buffo Bric, addormentato ma
con la pila frontale ben accesa:
"Se fosse stato una giraffa... Quanta
fatica in meno!"
Borbottò tra se e se, mentre saliva al quarto
scaffale: qui riposò un po', potendosi sedere nel piccolo spazio vuoto che
c’era tra il volume n. 20 dell’ "Enciclopedia della donna" ed il
"Manuale del Pioniere".
Quinto scaffale: finalmente! C'era soltanto
il dizionario:
“Sarà senz'altro un libro molto importante
ma a me sembra in castigo: cosa avrà fatto per meritarsi tutto questo spazio
vuoto? ”
Pensò Valentina, che avrebbe potuto
comodamente distendersi a pancia sotto ed iniziare a sfogliarlo; purtroppo,
però, la luce che proveniva dal basso non era sufficiente allo scopo.
Così dovette iniziare la discesa: infilò il
libro di tutte le parole dentro lo zainetto; sistemò quest'ultimo sopra le
spalle e, lentamente, iniziò a ritroso il percorso fatto prima.
Ma il dizionario era un libro veramente
pesante; al puntò che la sbilanciò facendole perdere la presa: così, dopo un
volo di cinque scaffali, atterrò con un tonfo accanto a Bric; per fortuna
proprio sopra quei cuscini provvidenzialmente sistemati, prima, sul pavimento.
Valentina, per lo spavento preso e la
paura di aver svegliato qualcuno, se ne stette un po’ immobile con gli occhi
chiusi e stretti. Passò un po’ di tempo, ma non arrivò nessuno:
“Meno male!”
Pensò Valentina, riaprendoli piano piano.
“Ciao!!!”
Le disse un buffo personaggio, seduto
davanti a lei: era un omettino con un vestito tutto pezze colorate, simile a
quello di Arlecchino ma sprigionante nel buio, però, una caleidoscopica e
variopinta luce.
“Ciao…”
Rispose sbalordita Valentina ed aggiunse, con
non poca diffidenza:
“E tu chi sei?”
“Sono Nigiro Rianda, il genio della lampada!”
“E dov’è?”
“Che cosa?”
“Ma la lampada!?”
“Accipicchia! Ci sono
ricascato. Con tutte le favole lette e scritte finisce sempre che, alla fine,
faccia una gran confusione. Quella è diventata la lampada di Aladino, dopo
averla regalata ad un collega in cerca di una casa… Io una lampada non ce l’ho:
infatti, dopo una vacanza in un lampadario ultramoderno, sono diventato il
custode del libro di tutte le parole. E tu chi sei?”
“Sono Valentina e faccio la
guardia a mamma e a papà; ed anche un po’ ad Alessio, mio fratello… E questo è
Bric, il mio amico orsetto.”
Fatte le reciproche presentazioni, i tre
stettero in silenzio studiandosi con curiosità.
Disse Valentina, riprendendo il suo solito
coraggio, ed aggiunse puntando l’indice:
“Ma certo: è proprio così!
Le pezze colorate del tuo vestito provengono dalle copertine delle mie favole,
fatte a pezzettini!!!”
“La favola è di chi la
legge, non di chi la scrive: hai ragione Valentina ma, di tanto in tanto, anche
allo scrittore, come al pavone, piace fare la ruota.”
Nigiro Rianda non rispose e, ancor più
enigmatico, disse:
“È tempo che chiuda la mia
ruota.”
Un attimo dopo l’atmosfera variegata di mille
colori, che aveva riempito la stanza fino ad allora, fu sostituita da una gaia
fosforescenza verde sempre emanata dal vestito del buffo ometto:
“Sono il figlio del
fornaio! Tutti mi chiamano Pietro Pan.”
Diceva, svolazzando per la stanza.
Lo ammonì Valentina, molto preoccupata.
“Uffa… E va bene! Volevo
soltanto fare un po’ di festa: ti va di fare un gioco?”
“Che gioco?”
“Giocar con le parole!”
Dopo che Valentina disse queste ultime
parole, Nigiro Rianda si spense per un attimo.
“Spiegazioni e regolamenti
hanno sempre questo effetto su di me.”
Disse l’ometto, riaccendendosi nuovamente. E
proseguì:
Disse Valentina, tirandolo fuori dallo
zainetto.
“Bisogna liberare le parole
buone dalle cattive !”
“Vorrai dire
separare…”
“Ho detto liberare perché
volevo dire proprio quello: dalle parole cattive, che le tengon prigioniere.”
“Parole
cattive?
Che tengon
prigioniere quelle buone?
E qual è una
parola cattiva?!”
Sparò a raffica Valentina. Per tutta risposta Nigiro Rianda ricominciò
a svolazzare per la stanza, tracciando dei circoletti multicolorati nell’aria
che, pian piano, si risolsero in altrettante lettere formanti la parola:
guerra
“La più cattiva di tutte!”
“Siamo
d’accordo!” riprese
Valentina, aggiungendo
“Ma non
capisco che parole buone ci possano essere nella parola guerra …”
Nigiro Rianda le disse, alquanto misterioso
“Ce n’è una in particolare,
la più buona per me: per te non so e comunque, anche se non fosse la più buona,
sarebbe semplicemente buona…”
“Uffa… Ma
qual è?” gli
domandò, un po’ spazientita, Valentina.
“er ragù!” le rispose Nigiro Rianda, riprendendo a svolazzare
allegramente per la stanza.
“Forza adesso, liberane una
tu…”
“urrà!” esplose Valentina, che non
stava più nella pelle dalla voglia di giocare e senza accorgersi di aver
liberato un’altra parola.
“Bravissima!!! Ora tocca a
me…”
“gare è una parola per sottrazione come la tua, Valentina;
agrume invece, è una parola per sostituzione”
“Ma c’è
anche ragazza , una parola per sostituzione e somma.”
Gli fece eco Valentina.
“Di più: c’è persino la grarure …”
“La grarure?
E che roba è la grarure?? …” domandò Valentina.
“Una parola di fantasia:
non esiste ma un significato ce l’ha…”
“Quale?” gli chiese Valentina,
grattando perplessa la testa di Bric invece della propria.
“ In Francia si dice parure
per indicare una collana, di perle ad esempio; io, questa parure, l’ho guardata e riguardata ma per quanto la
si ammiri rimane sempre identica a se stessa; una noia… E non si può neanche
sgranocchiare… Questa parure, più che una collana, mi pare proprio una pizza!
Ma la vogliamo davvero
confrontare con la grarure ?
Con la collana di puro
formaggio grana?
Signori siamo seri, non
scherziamo:
i buon gustai la possono
grattare sui maccheroni; non sarà cacio ma ci piace uguale…
I sognatori la possono
annusare per ore ed ore; ma se si stuccano o si lamentano per il languore,
prima la sbucciano e poi se la pappano…
“Però anche
la grarure , a guardarla, rimane sempre la stessa…”
Osservò Valentina.
“Giusto: solo se rimani a
guardarla però…
Quando la mangi si
trasforma in emozioni, progetti, azioni, sentimenti, sogni…
Cioè in energia…
La parola liberata è
energia per fare dire e baciare, Valentina.”
Così, Valentina e Nigiro Rianda, insieme fecero un gran falò delle
parole cattive;
niente paura, accesero soltanto fiamme di fantasia…
Quelle vere scottano; queste riscaldano.
Quelle reali distruggono; queste sono creative.
Quelle reali non sono di tutti; queste lo sono: di bimbi e di adulti;
di giovani e di anziani; dei malati come dei sani…
Le parole liberate salirono in alto, scoppiettanti ed allegre come le
faville di un fuoco, trascinando con sé i loro giocosi liberatori e ben oltre
il soffitto della stanza…
Forse fu perché salì troppo in alto che mamma Francesca faticò, non
poco, a svegliarla; avrebbe certamente voluto chiederle come mai l’aveva
trovata addormentata sul pavimento; e il perché di tutti quei cuscini in terra…
Pare proprio che gioco dei perché vada sempre molto di moda tra i
genitori …
Ma Valentina non le diede assolutamente il tempo di alcunché ed impetuosa
come un tornado incalzò veloce:
“Ciao Mamma!
Non ho tempo
Mamma:
vado a giocar
con le parole e mi serve il libro di tutte le parole;
ne voglio
regalare una al mio compagno di banco…”
Mamma Francesca la guardò, la riguardò e si commosse un po’:
forse perché aveva intravisto una donna nella sua piccola Valentina…
Ma fu un attimo: un dubbio le passò rapido davanti agli occhi e subito
le volle domandare quale fosse la parola da donare:
“odio!”
esclamò, allontanandosi, Valentina.
“Ma ma…
Valentina! Valentina… Valentinaaa…”
Fu inutile chiamarla: era già in strada e stava correndo verso la
scuola.
Stava correndo ed intanto pensava:
“ podio;
iodio;
odi;
sodi;
lodi;
olio;
....”